Pompeo Batoni, Il ritorno del figliol prodigo, 1773, olio su tela, 138×100, Museo Palazzo Pavlovsk, S. Peitroburgo, Russia.
L’arte
Il ritorno del figliol prodigo, del pittore italiano Pompeo Batoni (Lucca, 25 gennaio 1708 – Roma, 4 febbraio 1787), è un olio su tela risalente al periodo di transizione dal barocco italiano al rococò. Non per nulla l’Artista si applicò lungamente a copiare le opere di Annibale Carracci. A metà Settecento Batoni s’era specializzato nei ritratti, un genere assai remunerativo visto l’alto numero di nobiluomini stranieri alla ricerca di souvenir del Grand tour. L’artista si conquistò infatti l’immeritata fama internazionale di miglior pittore italiano, grazie proprio a quei (ricchi) committenti inglesi e irlandesi che, una volta ritornati a casa, sfoggiavano queste opere italiane suscitando l’invidia dei loro pari. Questa tela rinvia istintivamente l’osservatore alla più famosa di Rembrandt per varie assonanze. L’artista descrive puntualmente la scena culminante della parabola evangelica odierna. La trama del racconto era diffusa fra gli artisti internazionali della Roma del XVII secolo, lungamente fin dal Caravaggio e dai suoi colleghi e seguaci (Lionello Spada, Guercino, Rubens, Murillo…). Batoni riprese il racconto evangelico cambiando magari qualche particolare e riuscendo così a produrne numerose “copie”. In questa riconosciamo il tema principale del rimorso del figlio ritornato a casa, caricato in forma enfatica: seminudo s’abbandona in lacrime tra le braccia del padre, con le mani giunte e supplicanti. Il padre, riccamente vestito, con un manto che pare quello imperiale, lo abbraccia e lo avvolge nella calda imbottitura di pelliccia. Il padre non rivolge lo sguardo sul figlio ma sul gesto che sta compiendo, quello di avvolgerlo col manto e risollevarlo con la mano sinistra. Una torsione dei corpi dimostra la composizione sviluppata obliquamente dal lato sinistro in basso (le vesti logore del figlio) verso il lato destro in alto (il diadema, la collana, il turbante e la corona del padre). Lo sfondo scuro e l’espressività resa a saturi gradienti luministici “spingono” l’immagine verso l’osservatore, con un forte effetto tridimensionale. Anche per questo queste opere di carattere religioso riscossero grande consenso popolare. Nella composizione di Batoni riconosciamo certamente l’accurata indagine psicologica e il turbamento dei personaggi, alla maniera del Dürer o di Rembrandt, seppur accompagnati dal freddo virtuosismo accademico romano. Ci pare infatti che dietro al gesto (assai) plateale del pentimento non emerga a sufficienza la dinamica di una relazione trasformativa frutto di un sovrabbondante gratuità, che forse è l’unica degna d’ammirazione nella complessa relazione genitoriale (e soprattutto teologica). La composizione di Batoni, conservata al Pavlovsk Palazzo – Museo, fu considerata come luogo preferito di studio, e copiata da molti artisti russi fra XVIII e XIX secolo. (G. Prandina)
Intro
Il Vangelo annuncia una misericordia urgente: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”, scrive S. Paolo (2Cor 5,20). Il padre non impedisce al suo secondogenito di allontanarsi da lui. Egli rispetta la sua libertà, che il figlio impiegherà per vivere una vita grigia e degradata. Ma mai si stanca di aspettare, fino al momento in cui potrà riabbracciarlo di nuovo, a casa. Di fronte all’amore del padre, il peccato del figlio risalta maggiormente. La sofferenza e le privazioni sopportate dal figlio minore sono la conseguenza del suo desiderio di indipendenza e di autonomia, e di abbandono del padre. La nostalgia di una comunione perduta risveglia in lui un altro desiderio: riprendere il cammino del focolare familiare. Questo desiderio del cuore, suscitato dalla grazia, è l’inizio della conversione che noi chiediamo di continuo a Dio. Siamo sempre sicuri dell’accoglienza del padre. La figura del fratello maggiore ci ricorda che non ci comportiamo veramente da figli e figlie se non proviamo gli stessi sentimenti del padre. Il perdono passa per il riconoscimento del bisogno di essere costantemente accolti e riconosciuti dal Padre. Solo così la Pasqua diventa per il cristiano una festa di vera figliolanza e fratellanza.
Il vangelo
Lc 15,1-3.11-32 Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.
Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Le parole
Ad avvicinarsi a Gesù per ascoltarlo, sono i pubblicani e i peccatori. “Tutti”, sottolinea il Vangelo. E il Signore li accoglie, ci parla, ci mangia insieme, li invita al banchetto. Fa di più, cambia il loro nome: da “questo peccatore” a “tuo fratello”, da “tuo servo” a “mio figlio”.
L’effetto di questi incontri è la gioia di Dio – perché ritrova ciò che ha perso – e l’invito a prenderne parte. La conversione, prima che opera nostra, è iniziativa – grazia – di Dio che viene a cercarci fino agli angoli oscuri dove ci siamo perduti. Prima e dopo questa pagina di Vangelo si contano cinque parabole (il banchetto di nozze, la pecora e la moneta perdute, i due figli e l’amministratore disonesto) ma unico è il messaggio: l’incontro con la gioia della misericordia di Dio in Gesù Cristo.
Carestia e fame smuovono il figlio allontanatosi: torna a casa perché lì c’è il pane. A spingere il padre, invece, sono le sue “viscere di misericordia”. “La parola biblica primaria che nella Bibbia definisce l’atteggiamento misericordioso è desunta dalla matrice stessa della famiglia, cioè la generazione. In ebraico si tratta di una radice verbale, rhm, che dà origine al vocabolo rehem/rahamîm, cioè le viscere, il grembo materno, ma anche l’istinto paterno per il figlio” (Ravasi).
“Mangiamo e facciamo festa”. È il plurale dell’amore che spartisce, moltiplica la gioia; l’opposto delle parole del ricco accentratore: “Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”.
“Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre, comune sia al maggiore che al minore. L’uno, per liberarsene, instaura la strategia del piacere. L’altro, per imbonirselo, instaura la strategia del dovere. Ateismo e religione, nihilismo e vittimismo scaturiscono da un’unica fonte: la non conoscenza di Dio”. Ognuno di noi è il minore; ognuno è il maggiore. Conta il Padre, il solo capace di ritrovarci come figli. Questo è il miracolo che esige la festa.
Grazia. Nell’ordine della salvezza e del rapporto con Dio “tutto è grazia”. Søren Kierkegaard: “Il contrario del peccato non è la virtù. Ma la fede”. Una fede che fa aprire gli occhi sul tuo nulla e sul tutto di Dio, sulla tua miseria e sulla sua misericordia. Se non si demolisce la presunzione dell’ “aver ragione”, non ci sarà dialogo e soprattutto non potrà emergere un sano rispetto della diversità altrui. Amarsi da “peccatori” consapevoli è il modo autentico di esistere.
La teologia (H.U. von Balthasar)
Gs 5,9a.10-12 • 2Cor 5,17-21 • Lc 15,1-3.11-32
«Il padre gli si gettò al collo e lo baciò». La parabola del figlio prodigo è forse la più commovente tra tutte le parabole di Gesù nel Vangelo. Il destino e l’essenza dei due figli serve unicamente a rivelare il cuore del Padre. Gesù non ha mai raffigurato il Padre nel cielo con più vivezza e più evidenza di qui. Il commovente inizia già con il fatto che il padre esaudisce la preghiera del figlio e gli consegna la parte di eredità che gli spetta. Per noi questa parte d’eredità è la nostra esistenza, la nostra libertà, la nostra ragione e auto-responsabilità: beni senz’altro nobilissimi, che Dio solo può averci donato. Che noi sciupiamo tutto e finiamo in miseria, e la miseria ci porta alla riflessione, non è in fondo interessante, bensì il padre che scruta l’orizzonte, la sua compassione, il suo esagerato saluto, i vestiti nuovi per il figlio perduto e la festa organizzata per lui. Neppure per il fratello rigido e geloso il padre trova una parola dura: ciò che dice non è per tacitare ma piena verità: chi persevera presso Dio ha tutto in comune con Dio. La glorificazione del Padre in Gesù ha questo di particolare che lui stesso non compare nella sua descrizione della riconciliazione di Dio con l’uomo peccatore. Egli è qui nient’altro che la Parola che riferisce la riconciliazione o piuttosto un essere riconciliati da sempre; il fatto che egli è la Parola, mediante cui Dio attua questa eterna riconciliazione di se stesso con il mondo, viene taciuto. «Colui che non conosceva peccato l’ha fatto peccato per noi». Gesù, la parola del Padre, ha glorificato il Padre fino alla croce. Nel suo annuncio egli non vuole rivelare nient’altro che l’amore del Padre, che «ha tanto amato il mondo da dare per esso il suo Figlio unigenito». Che Gesù in tutte le sue parole e in particolare nella sua passione ha rivelato il suo proprio amore insieme con quello del Padre, questo l’ha conosciuto soltanto la Chiesa credente. Si trovava già nascosto nella sua pretesa, che sorpassava quella dei profeti, nelle sue Beatitudini, che poté esprimere solo dandone l’esempio in tutta la sua prodigalità per gli uomini. Ma in modo aperto l’ha formulato solo la Chiesa primitiva e in modo del tutto centrale le parole della seconda lettura: «Colui che non conosceva peccato Dio lo trattò da peccato per noi perché potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio». Il Padre non ci ha riconciliati con sé quasi scartando Cristo, ma «attraverso Cristo», «in Cristo»; e la Chiesa fondata da Cristo ha ricevuto da Dio l’incarico di annunciare questa «parola della riconciliazione». La sua scomoda vicinanza non permette nessun tranquillo spostamento dell’evento nel senza tempo o nel lontano passato. Essa ci esorta che siamo «una nuova creazione» e che ora abbiamo da comportarci in corrispondenza. «La manna cessò». La prima lettura è familiare solo a pochi. Riferisce che gli Israeliti dal deserto pervennero nella terra promessa e là potevano dopo lungo tempo celebrare di nuovo la cena di Pasqua, avevano per questo i frutti del paese. Da allora cessò l’alimento celeste, la manna. Dio ha rimesso il popolo nella realtà quotidiana; grazie sovrannaturali non sono più richieste, nei beni terreni, come prima in quelli celesti, bisogna riconoscere la provvidenza del Dio buono. Gli Israeliti dovevano abituarsi nella terra promessa non come se appartenesse loro, perché è stata data loro da Dio; ma lui rimane il proprietario. La realtà quotidiana è non meno riempita delle grazie di Dio che non i tempi straordinari.
Esegesi (B. Maggioni)
La vicenda del figlio che torna a casa suggerisce l’ottica per leggere il racconto del ritorno del popolo di Israele nella terra dei loro padri (cf. Gs 5,9a.10-12). Inizia una nuova fase della storia della salvezza: «l’infamia dell’Egitto» (v. 9) appartiene al passato, finisce la vita del deserto, cessa la manna, e gli «azzimi», il «frumento abbrustolito» (v. 11), prodotti del suolo appena occupato, vengono mangiati. Viene così messa in risalto la misericordiosa fedeltà di Dio al suo popolo. In questa luce possiamo accostare il racconto evangelico (cf. Lc l 5,1-3. l 1-32), che si divide in due parti, la prima delimitata dall’entrata in scena del figlio minore, la seconda dalla comparsa del figlio maggiore. Sui due figli campeggia però la figura del padre, che è indubbiamente il protagonista. E non è da trascurare la presenza del ritornello «perduto e ritrovato», che conclude ciascuna delle due parti (vv. 24 e 32). Comunemente la si cita come la «parabola del prodigo», ma sarebbe più giusto chiamarla «la parabola dei due fratelli», o meglio ancora la «parabola del padre misericordioso». Prendendo in considerazione il comportamento del protagonista presente sulla scena dall’inizio alla fine, cioè il padre, si può osservare subito un fatto: il padre non cessa di amare il figlio che si è allontanato, continua ad attenderlo; quando ritorna dalla terra lontana gioisce profondamente e vuole che tutti – compreso il figlio maggiore – condividano la sua gioia. Il tema centrale della parabola appare dunque bene delineato: l’amore del Padre. Non gli interessa che il figlio abbia dissipato il suo patrimonio, piuttosto lo addolora il fatto che il figlio sia lontano, a disagio. E quando ritorna a casa non bada neppure alle sue parole («trattami come uno dei tuoi salariati», v. 19): importante è che abbia capito e sia tornato. È questo il volto del vero Dio (un volto che Gesù ha imitato nella sua prassi apostolica), un volto molto diverso da come scribi e farisei supponevano e come giusti e benpensanti talvolta continuano a supporre. Se invece si sposta l’attenzione sulla figura del figlio minore, ci si accorge che il tratto peggiore non è il fatto che abbia chiesto la sua parte di eredità e l’abbia poi dissipata, lontano da casa, in una vita dissoluta. In realtà, tutti questi comportamenti non sono che la conseguenza di una convinzione precedente, e cioè che la casa sia una prigione, la presenza del padre ingombrante e mortificante, e l’allontanamento da casa una scelta di libertà. Questa convinzione è il vero peccato del figlio minore, la radice di tutte le sue infedeltà. E il suo ritorno a casa, motivato all’inizio dal disagio («io qui muoio di fame», v. 17), trova il suo punto qualificante non nel proposito di lavorare come un salariato per riparare il danno, ma semplicemente nell’aver capito che in casa si sta meglio e che fuori si sta peggio. Questo è, infatti, ciò che il padre voleva, nient’altro. A questo punto, però, si deve rileggere una terza volta la parabola, dal punto di vista del figlio maggiore. Anziché condividere la gioia del padre, ne prova invidia: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici» (v. 29). È un figlio rimasto in casa, è vero, ma dalla sua reazione si intuisce che – come gli scribi e i farisei – egli pensa che il peccato del fratello minore sia consistito nel dilapidare le sostanze e non tanto nell’essersi allontanato da casa. E rimasto in casa, è vero, ma anch’egli ragiona come l’altro figlio, che invece se ne è allontanato; è in casa ma con l’animo del mercenario, convinto che lo stare in casa sia fatica, sacrificio, convinto anch’egli che fuori si stia meglio. E un figlio in apparenza fedele, ma in realtà incapace di condividere la gioia del padre, perché non vede nel fratello che si è allontanato un povero da salvare, ma- semmai – un fortunato da punire. Non si sente figlio, grato e gioioso di essere in casa, già premiato per il fatto di essere in casa: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (v. 31). Proprio questi sentimenti del padre presi di mira dal figlio maggio re so no co me lo specchio del comportamento di Gesù, che suscita la mormorazione di scribi e farisei per la sua accoglienza nei confronti dei peccatori (cf. v. 2). Gesù frequenta pubblicani e peccatori abitualmente (cf. Lc 5,30; 19,7): un «tipo» di pastorale che non soltanto irrita scribi e farisei, ma che può continuare a suscitare disapprovazione anche fra i cristiani, come lo stesso evangelista ricorda negli Atti degli Apostoli: Pietro che si è recato nella casa del pagano Cornelio e gli ha annunciato il lieto messaggio lo battezza; al ritorno a Gerusalemme viene rimproverato da alcuni della comunità: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!» (At 11,3). Non è raro, sembra suggerire la parabola, che giusti e benpensanti disapprovino la magnanimità del pastore che generosamente va in cerca della pecora smarrita: ne provano quasi irritazione e invidia. Il pastore non dovrebbe anzitutto occuparsi dei giusti? Non dovrebbe essere un po’ più guardingo nel concedere il suo perdono e nell’aprire le porte della propria casa? Assolutamente no: nel discorso inaugurale di Nazaret (c£ Ls 4,16-19) Gesù aveva annunciato con chiarezza il sua programma che ora sta compiendo, un programma che tutta la comunità cristiana, e in particolare i suoi pastori, devono far proprio. Quasi a dire, prima di tutto, che giusti e benpensanti sono invitati a convertirsi: godere della generosità di Dio, dei propri pastori, non provarne irritazione e dispetto. D’altra parte si è visto come l’autentica conversione non sia altro che un ritorno a casa. Non è un prezzo da pagare – non è questo, per lo meno, il nocciolo della questione – quanto piuttosto una mentalità da cambiare: capire, in altre parole, che la presenza di Dio e la fedeltà alla sua legge sono un fatto liberante e costruttivo. Chi ha capito questo – e si è di fatto convertito – non è invidioso del ritorno degli altri, non è geloso del perdono del Padre, anzi lo condivide in pieno.
I Padri
Disperazione o presunzione
Vi erano due fratelli, ai quali il padre divise le sue sostanze. Dei due uno rimase in casa, l’altro invece divorò quanto a lui assegnato continuando a vivere in terra straniera per non subire l’onta della miseria. Vi ricordo questa parabola per farvi toccare con mano che per quelli che lo vogliono v’è remissione anche se hanno peccato dopo il battesimo. Non ve ne parlo per spingervi al disimpegno ma perché non siate vittime di una tentazione che provoca danni ancora più gravi della stessa scioperataggine, cioè della disperazione. Che questo figlio sia come un’immagine dei caduti dopo il battesimo, lo si vede facilmente. Infatti si parla di figli, ma nessuno può dirsi figlio senza il battesimo. Se ne stava nella casa del padre e ne amministrava tutti i beni, e anche noi siamo amministratori dei beni del Padre ricevuti in eredità, ma non prima del battesimo. Tutto qui adombra la condizione dei fedeli; si parla anche del fratello e si dice che era buono e anche noi ci chiamiamo e siamo fratelli ma dopo la rigenerazione spirituale. Che cosa disse infine il fratello caduto nell’estrema malizia? Ritornerò da mio padre. Per questo il padre non aveva né proibito né impedito la sua partenza per una terra straniera, proprio perché imparando a sue spese potesse sperimentare i benefici goduti restando a casa; così spesso quando non credessimo alla parola di Dio, egli veramente permette che impariamo attraverso l’esperienza che noi facciamo. Ecco dunque perché parlò cosi anche ai Giudei. Non avendoli infatti attirati a sé con la persuasione, con un’infinità di parole spese attraverso i profeti, permise che imparassero sperimentando i suoi castighi come sta scritto: La tua stessa ribellione ti punirà e la tua stessa malvagità ti castigherà. Avrebbero invero dovuto prestargli fede anche prima che si compissero gli avvenimenti profetati, ma poiché erano cosi chiusi alla fede in quelle esortazioni ammonitrici, li fece ammaestrare dai fatti, permettendo che si attuasse la malizia preannunziata d’incredulità allo scopo di poterli a questo modo ancora recuperare. Lo scialacquatore infine ritornò dalla terra straniera, dove aveva imparato a proprie spese in che male incorre chi abbandona la casa paterna per una lontana; ed il padre allora lungi dal far vendetta se lo accolse a braccia aperte. Come mai? Perché era padre e non giudice. Si fecero quindi danze banchetti e feste, e tutto nella casa fu splendore e gioia. Di che cosa ti lamenti? Perché questa è la ricompensa per il male commesso? Non del male commesso, o uomo, ma del suo ritorno, non del peccato ma della penitenza, non della condotta perversa ma di quella mutata in meglio. Più interessante ancora il fatto che al figlio più grande il quale se ne lagnava il padre dolcemente cosi abbia replicato: Tu sei sempre con me, questi invece era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita. Vuol dire: “Quando va salvato chi era perduto, non è il caso che si giudichi promuovendo severe inchieste, ma è tempo solo di clemenza e di perdono”. Il medico infatti non si mette ad inquisire sul malato per richiederne conto e punizione, trascurando di curarlo; e se fosse degno di giusta punizione crederebbe già sufficiente la pena subita. Il prodigo stando in terra straniera e lontano dalla comunione dei suoi per tanto tempo, pagò con la fame, l’infamia e la lotta con mali gravissimi. Perciò con l’espressione “era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è risuscitato” vuol dire: «Non guardare alla presente condizione, ma pensa alla gravità delle anteriori avversità; tu vedi un fratello, non un estraneo; è tornato ad un padre che non può rinfacciargli i precedenti trascorsi, ma deve ricordare solo quanto possa spingerlo a compassione misericordia amore e indulgenza, come si conviene a chi lo ha generato. Perciò questi non fece parola di ciò che il figlio aveva commesso ma di quanto aveva patito; non ricordò le sostanze che aveva divorato ma l’infinità di guai che aveva passato». Allo stesso modo – e con altrettanta, anzi con maggiore cura – il buon Pastore andò in cerca della pecorella. Qui infatti era stato lo stesso figlio a ritornare, lì invece fu lo stesso pastore a cercarla e avendola ritrovata a portarla con sé; godette più per essa che per tutte le rimaste al sicuro; come vedi, la riportò senza batterla e caricandosela sulle spalle per tenerla con sé restituendola al suo gregge. Sei convinto quindi che Dio non scaccia chi a lui ritorna ma lo accoglie non meno degli altri che praticano la virtù? La parabola ti fa vedere che Dio non va a domandar conto dell’operato degli erranti, ma anzi ne va in cerca e gode poi di averli ritrovati più che se fossero rimasti in salvo; non disperiamo se malvagi e non presumiamo se buoni, ma temiamo anche nel fare il bene di cadere per presunzione e di dover fare penitenza anche di questo peccato. Ripeto quel che ho già detto all’inizio. Sono queste due tentazioni che minacciano la nostra salvezza: la presunzione se stiamo in piedi, la disperazione se siamo caduti in basso. Quindi, per rendere cauti quelli che stanno in piedi, Paolo ebbe a dire: Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere … Temo che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato; per sollevare invece e ridare maggior coraggio a quanti dormivano o erano caduti in basso, protestò parimenti nella sua lettera ai Corinzi: Che io non abbia a piangere su molti che hanno peccato in passato e non si sono convertiti, dichiarando cosi degni di compianto non tanto i peccatori quanto i peccatori impenitenti. A questi ultimi si era pure rivolto il Profeta, dicendo: Forse che chi cade non si rialza e chi perde la strada non torna indietro? Ed anche Davide li richiamò dicendo: Se oggi ascolterete la sua voce, non indurite il vostro cuore come nel giorno dell’esacerbazione, Dunque, non disperiamo ma poniamo ogni speranza di bene nel Signore, con la mente fissa nel mare della sua misericordia scuotendo da noi ogni cattiva coscienza e aderendo fermamente alla virtù, molto fiduciosi ma anche fermi nel proposito, dando prova cosi altissima del nostro pentimento, perché deposto quaggiù ogni peso di peccato possiamo stare con fiducia dinnanzi al tribunale di Cristo ed ottenere il regno dei cieli. Ci sia dato di conseguirlo con la grazia e per la misericordia di nostro Signore Gesù Cristo, cui assieme al Padre e allo Spirito Santo gloria potenza e onore, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
Giovanni Crisostomo, Omelia I sulla penitenza, (di ritorno dalla campagna).
1. Il figlio prodigo
“Un uomo aveva due figli e il piú giovane gli disse: «Dammi la mia parte di patrimonio»” (Lc 15,11-12). Il patrimonio divino viene dato a coloro che lo chiedono. Non credere che il padre sia in colpa perché ha dato il patrimonio al piú giovane: non si è mai troppo giovani per il Regno di Dio, e la fede non sente il peso degli anni. In ogni caso colui che ha domandato il patrimonio si riteneva capace di possederlo: Dio volesse che egli non si fosse mai allontanato dal padre, e non avesse ignorato gli inconvenienti della sua età! Ma poi se ne partí per un paese straniero – necessariamente dissipa il suo patrimonio chi si allontana dalla Chiesa -; lasciando la casa e la patria, “se ne partí per un paese straniero, in una regione lontana” (Lc 15,13). Non c`è luogo piú remoto di quello in cui va chi va lontano da sé, e si allontana non per lo spazio, ma per i costumi, si separa non per la distanza ma per i desideri, e, come se mettesse in mezzo l`onda dei piaceri mondani, con la sua condotta spezza ogni legame. Chiunque infatti si separa da Cristo è un esule dalla sua patria, diventa cittadino del mondo. Noi, invece, non siamo stranieri di passaggio, “siamo concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio” (Ef 2,19); eravamo lontani, ma siamo stati fatti vicini nel sangue di Cristo (cf. Ef 2,13). Ma non trattiamo con ostilità chi viene da una regione lontana, perché anche noi siamo stati in una regione lontana, come insegna Isaia; cosí leggi: “Per coloro che sedevano nella regione dell`ombra della morte, per loro è sorta la luce” (Is 9,2). La regione lontana è dunque quella dell`ombra della morte; ma noi che abbiamo per spirito dinanzi al volto il Cristo Signore (cf. Lam 4,20), viviamo nell`ombra di Cristo. Per questo la Chiesa dice: “Nella sua ombra sedetti desiderosa” (Ct 2,3). Quello, vivendo nella lussuria, ha sciupato ogni ornamento proprio della sua natura: ebbene tu, che hai ricevuto l`immagine di Dio e che sei simile a lui, guardati bene dal rovinarla con una irragionevole e degenerata condotta. Tu sei opera di Dio… “Venne la carestia in quella regione” (Lc 15,14): carestia non di pane e cibo, ma di buone opere e di virtù. Esiste un digiuno peggiore di questo? In verità chi si allontana dalla Parola di Dio è affamato, perché “non di solo pane vive l`uomo, ma di ogni parola di Dio” (Lc 4,4). Se ci si allontana dalla fonte siamo colti dalla sete, si diventa poveri se ci si allontana dal tesoro, si diviene sciocchi se ci si allontana dalla sapienza, si distrugge infine se stessi allontanandosi dalla virtù. E` quindi naturale che costui cominciò a sentirsi in gravi ristrettezze, in quanto aveva abbandonato i tesori della sapienza e della scienza di Dio e la profondità delle ricchezze celesti (cf.{Col 2,3}). Egli cominciò a sentire la miseria e a soffrire la fame, perché niente è abbastanza per la prodiga voluttà. Sempre patisce la fame, chi non si sa nutrire degli alimenti eterni… “E bramava di riempirsi il ventre di carrube” (Lc 15,16). I lussuriosi non hanno infatti altro desiderio che di riempirsi il ventre, perché “il ventre è il loro dio” (Fil 3,19). E a simili uomini quale cibo è piú adatto di questo che è, come le carrube, vuoto di dentro, di fuori è molle, ed è fatto non per alimentare, ma per gravare il corpo, e che è piú pesante che nutriente?… “Ed ecco, nessuno gliene dava” (Lc 15,6); si trovava infatti nella regione di colui che non ha nessuno, perché non ha quelli che sono. Infatti tutte le nazioni sono stimate un niente (cf. Is 40,17); non c`è che Dio, “che vivifica i morti, e chiama le cose che non sono come cose che sono” (Rm 4,17). “Allora, tornato in sé, disse: «Quanti pani hanno in abbondanza i mercenari di mio padre!»” (Lc 15,17). E` ben vero che ritorna in sé, poiché si era allontanato da sé. Chi torna infatti al Signore torna in sé, mentre chi si allontana da Cristo rinnega sé. Ma chi sono i mercenari? Non sono forse quelli che servono per il salario, cioè quelli d`Israele? Che non perseguono il bene per amore dell`onestà, che sono attirati non dalla bellezza della virtù ma dal desiderio del guadagno? Ma il figlio che ha in cuore il pegno dello Spirito Santo (cf.2Cor 1,22) non cerca il meschino profitto di un salario di questo mondo, perché possiede il diritto all`eredità. Vi sono anche dei mercenari che sono impegnati nei lavori della vigna. Buoni mercenari sono Pietro, Giovanni, Giacomo, ai quali è detto: “Venite, farò di voi pescatori di uomini” (Mt 4,19). Costoro hanno in abbondanza non carrube, ma il pane: perciò poterono riempire dodici ceste di avanzi. O Signore Gesú, se tu ci togliessi le carrube e ci donassi il pane, tu che sei il dispensiere nella casa del Padre! Se tu ti degnassi anche di accoglierci come mercenari, anche se veniamo sul tardi! Tu infatti assumi mercenari anche all`undicesima ora, e ti compiaci di pagare un`eguale riconpensa (cf. Mt 20,6-16), eguale salario di vita, non di gloria; non a tutti infatti è «riservata la corona di giustizia», ma a colui che può dire: “Ho combattuto la buona battaglia” (2Tm 4,7ss)… Se vi fosse rimasto anche quello, non si sarebbe mai allontanato da suo padre. Non ritardi la sua riconciliazione, che il padre non gli ha ritardato. Egli si riconcilia volentieri, quando è pregato intensamente. Apprendiamo con quali suppliche è necessario avvicinare il Padre. “Padre”, egli dice. Quanta misericordia, quanta tenerezza, vi è in colui che, pur essendo stato offeso, non sdegna di sentirsi chiamare padre! “Padre” – dice -, “ho peccato contro il cielo e dinanzi a te” (Lc 15,18). Ecco la prima confessione della colpa, rivolta al creatore della natura, all`arbitro della misericordia, al giudice del peccato. Sebbene egli sappia tutto, Dio tuttavia attende dalla tua voce la confessione, infatti “è con la bocca che si fa la confessione per la salvezza” (Rm 10,10). Solleva il peso della propria colpa colui che spontaneamente se ne carica: taglia corto all`animosità dell`accusa chi previene l`accusatore confessando: infatti “il giusto nell`esordio del suo discorso, è accusatore di se stesso” (Pr 18,17). E d`altra parte sarebbe vano tentar di dissimulare qualcosa a colui che su nessuna cosa può trarre in inganno; non rischi niente, a denunziare ciò che sai esser già noto. Meglio è confessare, in modo che per te intervenga Cristo, che noi abbiamo come avvocato presso il Padre (cf. 1Gv 2,1), per te preghi la Chiesa, e il popolo infine per te pianga. E non aver timore di ottenere. L`avvocato ti garantisce il perdono, il patrono ti promette la grazia, il difensore ti assicura la riconciliazione con l`amore paterno. Credi dunque, perché il Signore è verità, e sii tranquillo, perché il Signore è potenza. Egli ha un fondamento per intervenire a tuo favore; altrimenti sarebbe morto inutilmente per te. E anche il Padre ha ben ragione di perdonarti, perché ciò che vuole il Figlio lo vuole anche il Padre. Ti viene incontro colui che ti ha sentito parlare nell`intimo della tua anima; e mentre tu sei ancora lontano, egli ti vede e ti corre incontro (cf. Lc 15,20). Egli vede nel tuo cuore, e corre a te perché niente sia di ritardo, ti abbraccia, anche. Nel venirti incontro è chiara la sua prescienza; nell`abbracciarti si manifesta la sua clemenza e il suo amore paterno. Si getta al collo, per sollevare colui che giaceva in terra carico di peccati, per sollevarlo verso il cielo in modo che possa cercarvi il suo autore. Cristo si getta al tuo collo, per liberare la tua nuca dal giogo della schiavitú, e mettervi il suo giogo soave (cf. Mt 11,30). Non ti sembra che egli si sia gettato al collo di Giovanni, quando Giovanni riposava sul suo petto, con la testa rovesciata all`indietro? Per questo egli vide il Verbo presso Dio, perché si era innalzato verso altezze sublimi. Il Signore si getta al collo, quando dice: “Venite a me, voi cbe siete affaticati, e io vi darò sollievo; prendete su di voi il mio giogo” (Mt 11,28-29). E` in questo modo che egli ti abbraccia, se tu ti converti. (Ambrogio, Commento al vangelo di Luca 7, 213-230)
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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA Artesacravicenza, sito: artesacravicenza.org
I commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr.; esegesi di Enzo Bianchi
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